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20/01/2011 - Italia e Russia, partner con qualsiasi governo

Oggi l’ambasciatore russo Alexey Meshkov compie sette anni di permanenza continuativa in Italia: ha assistito a molti mutamenti e ha visto rafforzarsi, anno dopo anno, la relazione fra i due Paesi, definita prima buona, poi ottima, infine speciale e persino - per usare le parole dei dispacci americani resi noti da Wikileaks - «troppo speciale».

Ambasciatore Meshkov, la diplomazia americana, nei cablo diffusi da Wikileaks, criticava le relazioni eccessivamente positive tra Russia e Italia, ma l’ambasciatore americano Thorne, in un’intervista alla Stampa, ha poi detto di «aver compreso» le ragioni di questa amicizia speciale. Cosa pensa del suo giudizio?
«Non esprimo giudizi sulle opinioni dei miei colleghi, conosco l’ambasciatore Thorne e abbiamo buoni rapporti. È vero, abbiamo un’amicizia speciale con l’Italia, e non risale a pochi giorni fa. Sono oltre cinquecento anni che abbiamo rapporti, direi che l’inizio dei rapporti tra Italia e Russia supera persino, in termini di tempo, la nascita e la stessa esistenza di molti Stati.

Tra l’altro le nostre relazioni con l’Italia danno un contributo positivo ai rapporti con l’Ue e a quelli transatlantici: collaboriamo attivamente in sede Onu e proprio durante il vertice di Soci abbiamo firmato un accordo che rende possibile il transito ferroviario di materiale e personale militare italiano in Afghanistan.

Approfitto per esprimere il mio cordoglio per la morte dell’ufficiale italiano. La lotta che il vostro Paese sta conducendo in Afghanistan favorisce la stabilità mondiale e la pace. La Russia in questi anni ha sempre sostenuto questo sforzo internazionale, abbiamo rapporti stretti con l’Afghanistan, facciamo molto per collaborare alla stabilità di quell’area».

Parliamo di collaborazione economica nel settore dell’energia. Siamo un partner speciale, più speciale degli altri?
«L’Italia è uno dei nostri partner principali nel settore economico, e di fronte a chi sottolinea un eccesso di vicinanza sui temi energetici vorrei ricordare che si tratta di una collaborazione che risale all’epoca di Mattei. Tutti viviamo nel libero mercato e nel libero mercato ogni partner deve essere realmente interessato, non solo emozionalmente, ma anche materialmente, al successo delle cooperazioni economiche.

Un altro aspetto che viene spesso sottovalutato è che i nostri sistemi economici sono reciprocamente compatibili. Noi abbiamo "olio nero" - petrolio - voi avete olio extravergine che noi non abbiamo, e su questa scia si potrebbero fare molti altri esempi».

Questo sarà l’anno della cultura Italia-Russia, quali sono i maggiori progetti che saranno avviati e l’obiettivo politico che li contraddistingue?
«La realizzazione di progetti culturali in comune aiuta lo sviluppo dei Paesi anche in tempi di crisi: allestire una mostra in un posto costa un tot, ma se la stessa mostra gira in due o più città ne guadagnano sia i visitatori sia gli organizzatori.

C’è un elenco di appuntamenti molto fitto: concerti, mostre, convegni in diverse città italiane, da Torino a Firenze, da Palermo a Venezia. L’inaugurazione sarà a Roma e l’anno si chiuderà con un evento, a dicembre, di grande impatto mediatico: la Scala sarà ospitata al Teatro Bolshoy di Mosca, saranno i primi stranieri a inaugurare il nuovo Bolshoy restaurato».

L’amicizia tra i nostri leader è molto forte. Secondo lei cosa hanno in comune Putin e Berlusconi sul piano dei valori personali e politici?
«Innanzitutto vorrei sottolineare che in ogni rapporto l’importante è avere buoni rapporti, e questo non vale solo per i leader: se si vogliono fare progressi sui temi economici, culturali e politici, le intese sono fondamentali. I rapporti sono buoni tra Berlusconi e Putin, ma anche tra Berlusconi e Medvedev e tra i nostri leader e il Presidente Napolitano.

Questo - e lo dico da burocrate - è sempre un fatto positivo. La cifra di questa amicizia però è innanzitutto un grande pragmatismo. Un esempio: nel 2000 - l’anno in cui è cominciata una nuova fase nei nostri rapporti bilaterali - i russi uscivano dalla crisi finanziaria del ‘98, e molti partner non credevano nella nostra capacità di ripresa. La lungimiranza dell’amministrazione italiana e del presidente Berlusconi ha portato numerose imprese italiane a investire in Russia, e da lì l’Italia è diventata un partner privilegiato, perché le aziende italiane sono state le prime.

L’altra cosa è che la fiducia reciproca ha creato a sua volta una fiducia nel lungo termine, per cui i nostri rapporti non sono collegati con il colore di un governo, né con le turbolenze internazionali. In questi dieci anni - io ne ho vissuti sette in prima persona - tutti i progetti che abbiamo cominciato sono proseguiti con tutti i governi.

E nel periodo di crisi non è stato cancellato nessun grande progetto economico, abbiamo faticato, abbiamo aspettato, ma non ci siamo mai arrestati. Penso ad esempio alla joint venture tra Fiat e la russa Sollers, che nel febbraio 2010 hanno annunciato la produzione di veicoli in Russia: un interscambio di tecnologia e capitali con l’obiettivo, nel 2016, di produrre 500 mila auto».

Quanto conta la partnership Italia-Russia per la collaborazione Nato-Russia sulla difesa antimissile?
«Questo sarà l’anno decisivo per la partnership tra Russia e Nato sul tema della difesa antimissile. Se riusciamo a farne un progetto congiunto la strada della sicurezza europea sarà larga e spianata. L’Italia è sempre stata tra i Paesi che per primi hanno incoraggiato i rapporti tra Russia e Nato - ricordiamo lo spirito di Pratica di Mare - ma l’anno scorso è stato un anno molto importante anche per i rapporti con gli Stati Uniti, penso allo Start 3, e all’entrata in vigore di un accordo importante sull’uso pacifico di energia atomica.

È nata inoltre una commissione presidenziale, un organo russo-americano che ha 18 subcommissioni, ciascuna con un compito particolare. Certo non sempre le nostre idee coincidono, e vedremo come si svilupperà il progetto della difesa antimissile, ma lo spirito del “Reset” voluto da Obama ha dato un impulso positivo che vedremo sul lungo termine».

A margine del vertice Usa-Cina, il presidente Hu Jintao ha dichiarato che l’era degli scambi in dollaro appartiene al passato. Lei come immagina un mondo in cui gli scambi non avverranno più in dollari, ma magari in yuan?
«Come sapete anche noi vorremmo fare del rublo una valuta regionale, e malgrado la crisi perseguiamo l’obiettivo di diventare un centro finanziario mondiale. Non abbiamo ovviamente l’intenzione di sostituire il dollaro o lo yuan con il rublo, ma l’ultima crisi ha dimostrato che non si possono lasciare tutte le uova nello stesso cesto.

Anche per questo le nostre riserve non sono solo in dollari, ma anche in euro, e abbiamo accordi con i cinesi per usare le nostre valute nazionali; in un certo senso usiamo già il rublo e lo yuan come valute di scambio. La cosa più importante è creare un nuovo sistema economico che sia stabile e che aiuti lo sviluppo di tutti i Paesi, non solo sul piano industriale, ma anche su quello socioeconomico».

Non vedete nella Cina una minaccia, economica o territoriale?
«Per noi la Cina è un partner strategico, con cui abbiamo rapporti di buon vicinato, in particolare dopo la recente firma di un accordo che risolve tutti i problemi legati alle frontiere - parliamo di 4500 km. Personalmente non credo in un’espansione territoriale della Cina. Avrà senz’altro una grande crescita economica ed è senza dubbio un importante esempio per tutti noi, ma negli ultimi sei-settemila anni ha avuto sempre gli stessi confini, non dobbiamo avere paure che appartengono al passato».

Ogni tanto però i fantasmi della guerra fredda riemergono sotto la forma di uno scontro fra mentalità. Secondo lei questo aspetto è destinato a segnare ancora per molto le vostre relazioni con gli Usa?
«Due cose: innanzitutto dobbiamo ricordare bene la storia, perché senza conoscenza della storia si procede al buio. C’è chi ricorda la guerra fredda tra Usa e Urss, altri ricordano quando la Russia appoggiò l’indipendenza degli Stati Uniti, altri ancora che nella seconda guerra mondiale russi e americani hanno combattuto fianco a fianco. Dalla storia bisogna imparare a sviluppare gli episodi positivi e evitare di riprodurre meccanismi negativi.

Poi c’è un altro fattore: ci sono ancora persone e gruppi che non capiscono la velocità dello sviluppo del nuovo mondo. Certo, quando uno vive in un paese dove non è successo niente negli ultimi cento anni, e il figlio vende lo stesso pane che vendeva il padre, è difficile comprendere che ci sono invece Paesi in cui in meno di vent’anni tutto è drasticamente cambiato, e continua a cambiare sotto i nostri occhi.

Bisogna guardare avanti, solo così possiamo superare i vecchi schemi. Qualche analista dice che gli anni ‘90 sono stati anni perduti per la comunità internazionale, ma forse sono stati anni di transizione inevitabili. Ora siamo entrati nel secondo decennio del nuovo secolo, lasciamo da parte i fantasmi, troviamo nuove vie di collaborazione e nuove forme di linguaggio, nell’interesse di tutti».

Tra le critiche che vi vengono rivolte c’è quella riguardante la condizione dei giornalisti, e il perdurare di violazioni dei diritti umani. Qual è la radice di questi problemi?
«La situazione sta cambiando, nell’ultimo anno abbiamo avuto leggi molto più severe per punire chi colpisce i giornalisti, equiparati di fatto ai poliziotti. Nell’era di Internet nessuno può pensare di controllare la stampa, c’è una connessione in ogni casa, e il messaggio del giornalista arriva sempre. Il governo russo questa cosa la capisce molto bene.

La democrazia è un processo, e chi dice di essere un campione di democrazia compiuta lancia un segnale pericoloso. Noi siamo ben consapevoli dei nostri difetti, c’è non solo la voglia, anche la volontà politica di fare passi concreti per continuare sulla strada della democrazia».

Il caso Yukos è un altro caso che vi ha tirato addosso molte critiche, non solo per una questione di diritti relativi all’imputato Khodorkovsky, ma anche per una questione di interessi, tanto che l’opinione pubblica inglese lo ha usato per contestare la natura dell’accordo tra Bp e Rosneft. Cosa risponde?
«Parliamo di democrazia, anche in questo caso. Uno degli elementi della democrazia è la divisione dei poteri. C’è un processo in corso, io non ho l’autorità per esprimere un giudizio, gli avvocati hanno presentato ricorso, dobbiamo vedere come finisce prima di giudicare. Ma durante la crisi finanziaria quanti grandi imprenditori americani sono stati giudicati, e in alcuni duramente condannati? La linea del nostro governo è chiara: non intromettersi nelle questioni legali, ed evitare pressioni».

Cosa sta facendo la Russia per ridurre la sua dipendenza dal petrolio e diversificare la propria economia?
«Già due anni prima della crisi il presidente Medvedev ha lanciato un progetto di modernizzazione teso a sviluppare nel lungo termine altri settori dell’economia. La crisi ha dimostrato con maggior forza che l’introduzione di nuove tecnologie è fondamentale. Il nostro è un progetto ambizioso, che non si limita alla realizzazione di un paio di industrie o di due-tre ferrovie.

Fonte lastampa.it

 
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