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20/10/2009 - Tremonti riabilita il mito del posto fisso

Nel tempio del posto fisso per eccellenza - il convegno era in una banca, la Popolare di Milano - il ministro dell’Economia riabilita il lavoro a vita. Parlando dei mutamenti della qualità del lavoro che la globalizzazione ha imposto, Tremonti sorprende la platea di banchieri e bancari riprendendo e sviluppando, da ministro, un suo vecchio pallino: «Non credo che la mobilità sia di per sé un valore. Credo che per strutture sociali e storiche come le nostre, il posto fisso sia la base su cui tu organizzi il tuo progetto di vita, su cui fai la famiglia». Invece aspetti come «la variabilità del posto di lavoro, l’incertezza, la mutabilità, la precarietà per alcuni sono un valore in sé, in un darwinismo sociale che porta a costruire un mito di tutto questo. Per me onestamente no». Perché, per Tremonti, «l’obiettivo fondamentale è ancora, se possibile, la stabilità del lavoro, che è ancora alla base della stabilità sociale».
Casomai la mobilità va bene altrove, ma non nella «nostre antiche società europee» che «hanno una struttura diversa». Qui è meglio il posto fisso rispetto «a quello che, nella variabilità e nella precarietà, contiene mistiche o cifre darwinistiche che non mi sembrano esattamente corrispondenti a un catalogo di valori etici che credo siano in qualche modo fondamentali». E tantomeno al «nostro paradigma storico e sociale». Secondo il ministro, ascoltato nell’occasione dai tre segretari di Cgil, Cisl e Uil (presenti al dibattito «Partecipazione nell’impresa e azionariato dei lavoratori», organizzato da Bpm), la creazione di un mercato del lavoro ispirato alla mobilità «probabilmente non era evitabile, data la cascata e la dinamica dei fenomeni straordinari che si chiamano globalizzazione». Nonostante tutto, quindi, «credo sia stata fondamentale e costruttiva tutta la legislazione che ha tenuto conto anche di questo processo, cercando di organizzarlo nel modo migliore possibile».
Alla strenua difesa dei canoni classici del lavoro all’italiana, Tremonti aggiunge la preferenza per lo schema del welfare europeo. «La crisi - dice - ci ha dimostrato che è meglio avere l’Inps e la famiglia che non un fondo pensione le cui performance dipendono dall’andamento sempre incerto di Wall Street: se i corsi vanno male ti ritrovi a mangiare KitKat su una roulotte e a dover negare la scuola ai tuoi figli». Applausi in sala. Una sala che fino ad allora aveva ascoltato le proposte dei tre sindacalisti per ribilanciare la convivenza tra capitale e lavoro nel post-crisi. Raffaele Bonanni, Cisl, ad esempio ha rilanciato su una possibile compartecipazione degli utili e su una maggior partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa, «non nei Cda, ma in funzioni di indirizzo e controllo». «Ora che il fordismo è stato archiviato, è tempo che i lavoratori non si sentano estranei al successo delle imprese», ha detto Luigi Angeletti, Uil. Guglielmo Epifani, Cgil, dice sì a forme di partecipazione ma solo «percorrendo strade nuove» e «in un quadro di sostenibilità dello sviluppo delle imprese, basato su profitti medi costanti nel tempo». Con una lode particolare per il voto «una testa un voto» tipico, ad esempio, delle banche popolari.
Tremonti, da ultimo, tra cogestione e compartecipazione, sceglie quest’ultima forma: «La nascita di figure imprenditoriali miste a me sembra meno positiva». La compartecipazione inoltre «può avere forme diverse: ad esempio quando hai un favore fiscale sulla detassazione degli straordinari identifichi già il nucleo di partenza di una diversa logica contrattuale». Del resto, «basterebbe applicare» la «nostra vecchia e gloriosa» Costituzione «che io considero ancora molto valida per tutta la parte dei principi» laddove favorisce l’accesso dell’azionariato popolare ai grandi complessi produttivi del Paese. La Carta non è stata applicata, organizzando per decenni un sistema che, nel controllo dei grandi gruppi, ha favorito ancora una volta loro, le banche.

 

Fonte: http://www.lastampa.it/

 
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